Discussioni sull'argomento introdotto su (http://spaces.msn.com/fabiodebernardinis/) in 'lo sfacielo della scuola'.
Mo che ho fatto Cecilio Stazio non me potete chiede de studia' pure gli Scipioni... mi potete chiedere di parlare di quel mondo fatato di cui ha parlato Fabio, realtà terrena, ma che a pensarci da fuori sembra appartenere più al mondo dei sogni, diciamocelo: non può essere reale. Da analizzare la faccenda è un po' complicata, e prende diversi aspetti, come i già citati dal precedente "caro scrittore" rapporti tra studenti nonchè rapporti tra questi ed i docenti, ma anche valori personali, valori dell' istituzione. Ancora non so se abbia (io) pareri compiuti, ma sento che c'è da dicuterne. Neanche perdo tempo a cercare di rispondermi sul perchè continui ad andare a sc***a, purtroppo le ragioni che mi obbligherebbero a ciò sono molto più intelligenti di quelle che mi spingono ad abbandonarla, poichè queste prospettano solo una vita da figlio dei fiori. E rassegnato lo faccio e tento di trovare cose che mi interessino in quello che faccio, incredibile, ma anche fabio ha parlato di apprendere nozioni, ed è quello che dobbiamo fare altrimenti ci ritroveremmo come ora... riformulo: che dovremmo fare, per questo ci ritroviamo come ora. Abbattuti, scocciati, stanchi, stressati, alla continua ricerca di sotterfugi, molti pronti a giudicare e sentenziare, per sopperire all' incapacità di ragionare. Il problema è complesso e verte realmente sull'assegnare una colpa, da far ricadere su di noi o sui professori. Subito ci sembrerebbe ovvio che la colpa è dei professori, e invece... no, no, è davvero dei professori. Noi siamo un' aggravante successiva: i professori hanno il loro posticino dietro la cattedra e vedono ogni anno succedersi davanti ai loro occhi centinaia di studenti che non vedono nulla di interessante in ciò che stanno facendo, nè dovrebbero, è giusto che aspettino che passi, mentre hanno da pensare a tutt' altro. Dal canto loro i professori, non hanno alcuna intenzione di complicarsi la vita, in particolare non hanno intenzione di pensare. Si, pensare è (sarebbe) il lavoro dei professori: ragionare sulla materia che insegnano, sentirsi i depositari della loro disciplina, filosofi nel loro campo che non aspettano altro che discepoli con i quali camminare nel loro peripato. Troppo faticoso camminare, loro hanno faticato per ottenere quella posizione fissa, sotto ogni punto di vista, e non hanno intenzione di ripetere lo sforzo per qualcun altro; e, come il nostro sforzo, lo sappiamo bene, è obbligato da cause esterne, lo è e lo è stato di sicuro anche per loro, altrimenti godrebbero della loro capacità di diffondere qualcosa per cui hanno sofferto ma che li ha ripagati pienamente. Ma loro non si vogliono sentire ripagati se ciò signifca faticare ancora, e mai noi potremo essere così ripagati delle nostre fatiche. Del resto sia noi che loro abbiamo un efficace metodo per alleviare gli attuali dolori, tanto il risultato da zero non può essere diviso in parti minori né scendere: il trucco è il loro terrorismo; crudo, puro, esplicito terrorismo. Per i professori funziona: la classe si impegna, gli alunni lavorano, fioccano valutazioni, i professori adempiono quindi al loro dovere di impiegati statali. E per noi? È anche il nostro gioco: se il fine dei professori è l'aspetto esteriore della laboriosità, anche da noi si conviene mostrare partecipazione, e perchè no sottomissione, fatica. In realtà lavoriamo di scorciatoie, la mente è allenata dal solo sviluppo di inganni, ogni via di fuga è tentata per evitare quello che anche solo da lontano assomiglia ad un reale interesse nello studio. Quindi otteniamo i nostri voti, e i voti che vogliono i professori, loro sono felici noi saremmo felici se non fossimo in un brutto periodo della nostra vita: chissà, sarà che forse il nostro gioco è intuito e quindi siamo bombardati di compiti, come per rappresaglia, perché i docenti comunque non si sacrificano col volerci insegnare veramente qualcosa; sarà che noi pensiamo al nostro futuro, o, più spesso, pensiamo troppo al presente; sarà che non ci basta stare al gioco, ma vogliamo affermarci o per lo meno farci sentire; sarà che tante cose le facciamo in realtà senza un motivo vero, per far bella figura con chissà chi, per seguire l' onda e non esserne sommersi, per non rimanere esclusi, perché non ci va bene alcunché, anche se quell' "alcunché" può essere già un "qualcosa" visto da un altro punto di vista; in somma: potremmo essere felici ma non vogliamo esserlo, venite sotto casa mia a picchiarmi se volete, ma la "voluptas dolendi" è triste realtà, e si manifesta nel nostro modo di relazionarci (torniamo ai rapporti di cui si parlava all'inizio) con i compagni di sventura, con i docenti, con l'istituzione scolastica, con la nostra vita, i suoi valori, i suoi sogni. Ed ora vediamo. Di docenti ed istituzione lo sappiamo cosa pensiamo, dei primi almeno, io ho detto come la penso e credo che in generale, odiamo entrambi, e non a torto; della seconda in particolare posso dire che è forse la principale causa della condotta di quegli altri, quindi in sintesi causa di tutto, ma effetto di una società e la società siamo anche noi, quindi è inutile andare troppo oltre altrimenti cadremmo in un circolo vizioso; stando ai fatti, causa o effetto, il problema siamo noi, quindi, argomentato sui professori, ultimo tassello del domino, sarebbe inutile impostare un discorso filosofico (utopisticamente politico) o politico sull' istruzione ideale, oltretutto, il filtro migliore sarebbe quello politico, e io non sono bravo a farmi disegni realizzabili. Come ci poniamo invece rispetto ai nostri compagni di classe? Ebbene, è chiaro che ognuno all' interno del gruppo a forti ed ancestrali amicizie, particolari simpatie, o antipatie, ma in particolare interessa -perché su questo è stato introdotto il discorso- il gruppo. Nessuno può dire, almeno tra quelli che il sabato sera, anche solo in rare occasioni, si ritrovano per "festeggiare" la fine di un'altra settimana, che quel gruppo non gli serva: sono le persone che vivono la nostra stessa avventura, che ci possono capire meglio, per quanto riguarda almeno la sc***a, che condividono i nostri disagi, l' origine della maggior parte dei nostri problemi. Alcuni, molti, si riportano dai sei giorni precedenti in particolare stanchezza e abbattimento, non c'è da stupirsi se poi si finisce col far nulla quella sera se non mangiare una pizza ed un gelato. Ma del resto a cos' altro serve quell' incontro se non a poter esternare la propria situazione senza dover spiegare nulla a nessuno? Quando ci incontriamo non siamo null' altro che noi tra noi, é il momento in cui ripercorriamo le nostre scelte di un passato più o meno prossimo, tiriamo le somme, ci valutiamo, e così quello che succede intorno, quello che stiamo facendo in quel momento, perde importanza, ci basta sapere che intorno a noi ci siamo noi stessi, e allora magari non si parla nemmeno di nulla, perché con la nostra presenza parliamo tra di noi, poniamo tacite domande, accogliamo risposte che sono gesti ed espressioni, e nessuno ha bisogno di traduzioni o approfondimenti, per analizzare se stesso tra gli altri e gli altri in rapporto a se stesso. Pur dimostrandoci tutti entità diverse, da diversi risultati quali siamo, possiamo comprendere le comuni cause, e ricostruire come da un'unica strada ognuno abbia svoltato in un punto originale, così capiamo le scelte che noi abbiamo fatto e quelle che avremmo potuto fare, quali sono le nostre ed altrui idee, quando i singoli si siano avvicinati ai loro obiettivi, e quali questi possano mai essere, e quanto possano essere vividi, e quanto possano essere realmente lo specchio di ciò che vogliamo. Ma tanti preferiscono trascinarsi al posto di stanchezza ed abbattimento, quella volontà di trovare l' errore in tutto ciò che li circonda, e l' atteggiamento della classe è pure vittima di tali accuse. Nulla di più giusto, in effetti così gli uni avranno su chi sfogarsi, gli altri avranno nuovi termini di paragone per analizzare la propria realtà. E poi questo secondo gruppo, così aggressivo non è, perché spesso è più presente del primo, é pronto a dimenticare il disprezzo dimostrato, forse gli vengono a mancare i capi d'accusa, è il primo a giungere stanco al termine di una settimana che probabilmente lo ha già visto battersi per i suoi ideali di gruppo classe. Non dimostrano questi dunque una forma di ipocrisia? Cercano di apparire come quelli che hanno capito qualcosa, che vogliono distaccarsi come svegli tra dormienti, danno di loro un' immagine d' audacia e scaltrezza; sostengono invece cause in cui non sperano neanche, tengono a mantenere l'immagine della loro posizione, ma appena possono la abbandonano, non notati perché già incapaci di renderla credibile, anche solo per il bisogno di avvicinarsi al resto della mandria. Questa, il primo gruppo, non è da meno perché i componenti non sempre accettano quella silenziosa e perfetta conversazione, ma vi aggiungono o sovrappongono l'ostentazione di falsi ideali, che hanno caratteristiche di ricercata saggezza, ottimismo o pessimismo enfatizzato, di spensieratezza o inguaribile abbattimento, di forzata ribellione, di apparente indipendenza, simile a quella di quel secondo gruppo; e di entrambi, spesso i pensieri sono fondati, le idee costruttive, le condotte rispettabili ed apprezzabili, e le personalità sarebbero lodabili se non fossero tragicamente false: sono come profili di film, quando meglio riuscite, o modelli del senso comune, se meno interessate ad una certa originalità, comunque maschere che nascondono anime deboli che sono state portate a svuotarsi di ogni vera passione per la loro vita. Hanno abbandonato sogni reali per accettare traguardi che sono status simbols, non sono più in grado di capire le altre persone, né quello che la vita presenta, ciò che accade loro o può essere sublimato dalla distorta visuale di quella maschera, o indifferentemente ignorato, perché in realtà nulla interessa oltre ciò che serve a garantire agli altri quell' immagine di sé stessi. Ma tale immagine è garantita e serve anche a loro in prima persona, perché tutto ciò di cui hanno sensibilità é questo mondo immaginario di apparente perfezione, se dovessero uscirne si troverebbero spaesati, non adatti a interagire con la realtà in modo reale. Ecco come siamo ridotti. Di sicuro darmi ora una risposta significherebbe parlare dal mio piccolo mondo di ipocrisia, perché anch' io probabilmente sono nella stessa situazione. Ci proverò comunque. A cosa dovremmo aggrapparci per tornare a quella realtà che non carpiamo? Secondo me dobbiamo disilluderci dal giudizio comune, liberarci delle maschere che ci cambiano, ricrederci su tutto per poter rivalutare ogni cosa con occhi innocenti e liberi da pregiudizi. Solo così potremo tornare a godere di tutto ciò che facciamo nella vita, amare le nostre scelte, ragionare e crearci opinioni vere. Dovremmo giungere ad apprezzare qualcosa, non dico tutto, anche nella scuola, ad abbracciare stimoli che probabilmente in passato abbiamo avuto e che ci permettano di avere un futuro in cui poter amare le cose che facciamo. Potremo essere persone con una propria essenza, che non hanno paura di esprimersi perché sono la loro verità, vedono tutto con i propri occhi e vivono tutto in prima persona; vedono anche persone come loro, con un po' di fortuna, e cambia l modo di intendere i rapporti umani, dalla collaborazione, all'amicizia, all'amore. Discuteranno allora tra di loro, non più semplici persone, ma idee. Si incontreranno allora il sabato sera, reduci da una settimana stancante in un impegno che li opprime; mangeranno una pizza, e forse un gelato; in quel mentre, che parlino o meno, potranno condividere i loro "dolori", le loro passioni, i loro desideri, e se parlassero si comunicherebbero le loro multiformi verità.
Grazie a chi è arrivato fin qui.